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Correre dentro di sé al ritmo del mondo

Il nuovo libro di Mauro Covacich è una riflessione sulla fatica: corriamo perché siamo in guerra e vorremmo essere in pace

La corsa è musica, non serve musica nelle orecchie, «d’altra parte, non è casuale che nella classicità il piede è l’unità di misura dei versi». Mauro Covacich, che nelle gambe ha migliaia di chilometri e senza cuffie, ascolta il vento nei capelli, il paesaggio che fa la ola e il corpo che urla. In tutte le uscite, con la pioggia o il sole, ha avuto tempo di costruire la sua filosofia della corsa che è diventata il libro Sulla corsa, un personal essay, un’autobiografia atletica come lui stesso l’ha definito.

Non ci sono tabelle di allenamento, né consigli per la pratica sportiva; le righe fluiscono dall’esperienza, dagli incontri, dalla solitudine, dall’ascesi attraverso il sudore e diventano confessione e scuola di vita: Covacich è un asceta che ci indica la via attraverso la quale poter avere pace e stare bene perché iniziare a correre significa accettare il dolore, sperimentare il sé che non conosciamo, e batte e soffre. Lo scrittore, con altri 5mila appassionati, ha appena chiuso i 30 chilometri da Cortina a Dobbiaco e la domanda della sorella è quella di tutti: «Ma amatori di cosa?». Amatori di sé, alla ricerca dell’io, pur temendolo. Cinque, dieci, venti chilometri, fino ai 42,195 della maratona, il sacrificio estremo che porterà in un altrove per eletti: «È questo che eccita l’atleta, almeno all’inizio: l’ascesi, la privazione, la metamorfosi» e «il maratoneta è un samurai disarmato che fa di se stesso il proprio avversario». Fino a sconfiggerlo perché «ogni maratona è il compimento di una palingenesi». Se avete corso, capirete perché vi sentite “drogati” e, se non avete mai corso, Covacich vi farà alzare dalla sedia, uscire e mettervi alla prova. Perché è meglio la corsa come pratica introspettiva che una seduta dallo psicologo o il magma del buio che si sedimenta e brucia.

Poi, ci sono gli incontri: a Covacich, che nel 2003, in Ungheria, dopo aver incrociato sette atlete bellissime che correvano, scrisse A perdifiato, capita di essere premiato da Stefano Baldini, oro ad Atene 2004, o di intervistare Haile Gebrselassie, due ori olimpici, e più le domande sono filosofiche più ride. Tutto semplice per un campione dai muscoli con il ritmo del mondo incorporato, un po’ meno per gli altri perché «chi corre è in guerra e vorrebbe tanto essere in pace».

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Alberto Moravia ha conseguito la laurea in Lettere italiane presso l'Università La Sapienza di Roma

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